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17Ott
2014
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Ghetto Kids

Ghetto Kids

Altro che talent show! Ghetto Kids: per noi, è sì!

Le spalle ondeggiano, il bacino scandisce il tempo e le gambe scattanti guidano i piedi nudi sulla strada sterrata di Kampala: inizia così la favola dei Ghetto Kids, i cinque bambini ugandesi che hanno conquistato il web a passi di danza.

C’era una volta, nella baraccopoli di Kampala, un gruppo di bambini in difficoltà, abituati a crescere tra fame, stenti, elemosina e notti senza un tetto sulla testa. Un bel giorno, però, Dauda Kawuma, il loro maestro di matematica, pensò bene di trascurare addizioni e sottrazioni per insegnare loro a ballare. I bambini rivelarono presto un talento inaspettato che convinse Dauda a girare un video delle loro coreografie destinato a youtube: pochi passi di danza, ritmati sulle note di “SityaLoss” di Eddy Kenzo, con la polverosa strada della baraccopoli a fare da scenografia.

Era il gennaio del 2014. E nessuno avrebbe mai immaginato che “i ragazzi del ghetto” sarebbero diventati delle star. Milioni di visualizzazioni in pochi mesi hanno trasformato il video amatoriale girato da Dauda in un fenomeno planetario, un successo capace di cambiare la vita di quei bambini.

“La mia vita prima era cattiva”, dice Alex, uno dei bambini del gruppo che ricorda bene le giornate passate “in strada a chiedere le elemosina” o a “rovistare nella spazzatura in cerca di cibo”. Oggi la vita è più buona con Alex: grazie alle performance dei Ghetto Kids e ai nuovi video girati, può pagare la scuola e aiutare economicamente la mamma, alla quale ha finalmente assicurato un alloggio nella baraccopoli.

Il nostro primo, superficialissimo, pensiero potrebbe scomodare “il ritmo nel sangue” e altri luoghi comuni sul genere. E invece no. I Ghetto Kids studiano quotidianamente. La semplicità della loro danza è solo apparente: l’istinto è disciplinato dall’esercizio e il senso del ritmo obbedisce all’allenamento. Niente di strano, se pensiamo che il loro mentore è un maestro di matematica! Ma niente di più raro nell’epoca, del “vippismo”, della popolarità a qualsiasi costo e del successo a prescindere dalle capacità. Assuefatti come siamo (chi scrive confessa di organizzare gruppi d’ascolto per Xfactor) al talento preconfezionato su misura per la prima serata tv, ai reality show popolati da alieni senz’arte né parte, alle gare culinarie e ai culi al concorso di bellezza, lo sentiamo al volo che i Ghetto Kids raccontano un’altra storia. Una storia bella, una storia che fa bene. Non sappiamo come andrà a finire, se per questi ragazzi ci sarà davvero un lieto fine, ma facciamo lo stesso il tifo per loro. Perché sono bravi ma, soprattutto, perché ci piace pensare al loro successo come a un premio alla serietà. Quasi per ricordare che, con l’impegno (quello vero), il talento (quello vero) può emergere da qualsiasi contesto, anche da una baraccopoli. Ed è questa, forse, la morale della favola … sempre che di una morale ci sia bisogno.

E allora, care mamme e cari papà, quando li scopriremo a cantare davanti allo specchio (la mia, appena duenne, lo fa! E, giuro, non le ho mai fatto vedere Xfactor), quando ci chiederanno di vestirli come il personaggio del momento, quando ci accorgeremo che sono dei maestri nell’arte del selfie e quando ci diranno che da grandi vogliono diventare famosi, non rockstar o ballerine, ma famosi (ah, come si fanno rimpiangere i sani astronauti di una volta); ecco, quello sarà il momento di raccontare ai nostri bimbi la favola dei Ghetto Kids.